Le cicatrici dei bombardamenti alleati sulla Città di Cagliari

Oggi ricorre il 75esimo anniversario di uno dei più devastanti bombardamenti subiti dalla Città di Cagliari, sicuramente il più drammatico considerando l’alto numero delle vittime, oltre duecento, senza contare le diverse centinaia di feriti. I danni al patrimonio artistico/storico/culturale subìti dalla Città furono ingenti, altissimi, e il bombardamento avvenne in pieno giorno esattamente due giorni dopo il bombardamento del pomeriggio del 26 Febbraio – altrettanto drammatico – che provocò 76 vittime e 286 feriti, oltre a numerosi altri danni ai nostri monumenti ed edifici. Ma Cagliari non subì solo questi due bombardamenti: oltre a quello ricordato in un post del 17 Febbraio sulla pagina Facebook, che provocò 100 morti a Cagliari e altrettanti a Gonnosfanadiga più 8 a Quartu Sant’Elena, e oltre ai due bombardamenti avvenuti nella giornata del 13 Maggio, Cagliari subì parecchie incursioni fin dai primi giorni di guerra. Fu sotto l’obiettivo dei bombardieri già dal 1940, anche se allora gli obiettivi erano principalmente le infrastrutture della Stazione, del Porto e dei due Aeroporti di Elmas e Monserrato, oltre alle industrie. Dal 1942 gli eventi bellici cominciarono sempre più a lambire il centro abitato: il primo vero bombardamento sul centro avvenne nella notte tra il 2 e il 3 Giugno 1942, provocando danni seri ai monumenti del Cimitero di Bonaria e due vittime in Viale San Bartolomeo, un anziano signore e la sua figlia disabile.

Danni da spezzonamento nel Cimitero Monumentale di Bonaria

Ciò di cui vorrei parlare oggi sono le cicatrici tuttora visibili sui nostri edifici, sui nostri monumenti e nei vuoti urbani provocati dalle bombe, sarebbe lungo e doloroso rievocare ogni singolo bombardamento subito in quei tre anni d’inferno dalla nostra martoriata Città, ma per chi volesse approfondire, in questo video è possibile leggere i resoconti dei bollettini di guerra dal ’40 al ’43:

La crepa nel Palazzo dell’Archivio di Stato, in Via Gallura

Cagliari venne bombardata con ogni tipo di arma: subì spezzonamenti con spezzoni semplici e con spezzoni incendiari, venne mitragliata, venne bombardata con bombe di medio e grosso calibro oltre che  incendiarie, e anche per Cagliari si diffuse la voce riguardante l’uso di penne e matite esplosive, sulle quali però non venne mai fatta chiarezza da nessuna delle due parti belligeranti.
Oggi, nonostante i numerosi interventi di ricostruzione avvenuti nel centro, non è difficile imbattersi in segni e cicatrici lasciati dai bombardamenti. In primo luogo si sente ancor oggi la mancanza di edifici che per secoli hanno segnato la storia della Città, come ad esempio alcuni importanti luoghi di culto ricchi di opere d’arte (l’antica Chiesa del Carmine e l’originaria Chiesa di San Domenico, la Chiesa di Santa Caterina dei Genovesi), ma al posto di questi edifici ne sono sorti di nuovi, che hanno colmato il vuoto urbano lasciato dalle bombe. In altri casi gli edifici, soprattutto privati, vennero abbandonati (e molti rimangono tuttora in stato di rudere) oppure completamente demoliti per far posto ad edifici contemporanei.
Furono per fortuna molti i casi di ricostruzione e riparazione, ed è soprattutto su questi edifici ancora recanti i segni della guerra che si concentra il post di oggi.
Tre delle più importanti cicatrici oggi visibili sono frutto di una scelta operata  in seguito ai lavori di restauro e ricostruzione degli edifici in cui si trovano: si tratta dei segni di ricucitura nella Scuola Satta, dove la parte ricostruita è priva del rivestimento in mattoni per palesare la differenza con la parte originaria; della ricucitura nel Palazzo Vivanet, la cui parte distrutta venne ricostruita fedelmente ma con l’uso di mattoni di tonalità più chiara, e infine la lunga crepa che corre in verticale sulla facciata del Genio Civile in Via Gallura e che segna il limite tra la porzione ricostruita (a sinistra rispetto alla crepa) e quella originaria salvatasi, a destra.

I segni delle ricuciture nel Palazzo Vivanet (a sinistra) e nella Scuola Satta (a destra)

Avviso di pericolo nel Palazzo Vivanet

La Scuola Satta e Palazzo Vivanet mostrano entrambi ulteriori tracce dei bombardamenti che li hanno devastati: nel basamento della Scuola Satta è ancora possibile osservare i segni degli spezzoni che hanno letteralmente sbriciolato intere porzioni delle robuste lastre di granito che costituiscono lo zoccolo, a dimostrazione della potenza esplosiva riversata sui monumenti. Anche Palazzo Vivanet, soprattutto nel prospetto principale su Via Roma, mostra ancora tracce dei danni dei bombardamenti, in particolare nei conci che formano i pilastri del portico e sui loro capitelli. Ma non si tratta degli unici segni visibili nel palazzo: sul lato di Via Sassari sono presenti segni di spezzonamento nelle murature del primo piano e, vicino all’ingresso, è ancora visibile un’iscrizione in lingua inglese su sfondo nero che reca la dicitura “THIS BUILDING OFF LIMITS”, per avvertire che il palazzo non era praticabile in quanto pericolante. La stessa scritta è visibile in una foto del Pastificio Lotti e Magrini, semi-distrutto dalle bombe e in seguito demolito.

Segni del bombardamento nelle facciate di Palazzo Vivanet (a sinistra in Via Sassari, al centro e a destra in Via Roma)

Danni da spezzonamento nel basamento della Scuola Satta

L’Immacolata Concezione in Piazza del Carmine

Non lontano dalla Scuola Satta e dal Palazzo Vivanet, in Piazza del Carmine è ancora possibile osservare l’effetto dei bombardamenti sulla scultura dell’Immacolata Concezione: in origine la Vergine Maria era rivolta verso il lato della piazza su cui affacciano il T.A.R. e la Scuola Satta ma, in seguito allo spostamento d’aria, la scultura ruotò di 45° sul suo asse e oggi si presenta rivolta verso l’angolo tra Via Sassari e la Piazza. Questo fu possibile perché la scultura è fissata sul basamento tramite un singolo perno in metallo posto in posizione centrale: se la scultura fosse stata ancorata al basamento con due o più perni, cìò non ne avrebbe consentito la rotazione, provocando inevitabili spaccature – con il conseguente crollo – che avrebbero distrutto definitivamente la scultura. Sempre la scultura dell’Immacolata Concezione mostra i segni del bombardamento sulle mani ormai prive delle dita e nel basamento parzialmente sgretolato. Nelle vicinanze, in Corso Vittorio Emanuele all’angolo con Via Portoscalas, il piccolo caseggiato che formava l’angolo tra le due strade è ancora oggi privo dei due piani superiori distrutti dalle bombe.
Fu comunque la Via Roma, data la sua posizione parallela al porto, l’arteria più colpita dai bombardamenti, e i suoi palazzi sono tra quelli che mostrano il maggior numero di cicatrici, in particolare nelle colonne dei portici. Su tutti, il primo Palazzo Magnini è quello che mostra i danni maggiori sulle colonne, mai risarciti e lasciati a vista proprio a ricordo della devastazione: le colonne del palazzo appaiono tuttora fortemente scheggiate dagli spezzonamenti, i capitelli sono in gran parte sgretolati e parte dei setti murari sulla facciata del portico sono particolarmente danneggiati. L’ultima colonna prima dell’angolo con Via Baylle inoltre subì tali danni da mettere a serio rischio di crollo l’intera struttura e venne in seguito sostituita con un robusto pilone cilindrico di rinforzo, privo della grazia delle colonne d’ordine tuscanico che caratterizzano il portico. Anche il secondo Palazzo Magnini, nel bellissimo portale d’accesso sulla Via Baylle, mostra chiari segni dello spezzonamento sulle colonne di granito.

I danni nel Palazzo Magnini. All’estrema destra, il pilone realizzato in sostituzione della colonna distrutta

Danni in una palma di Piazza Amendola

Sempre sulla Via Roma sorge uno dei monumenti simbolo di Cagliari, il nostro Palazzo Civico, che – nonostante la ricostruzione quasi totale dell’ala su Via Crispi – mostra ancora segni della devastazione proprio nel portico, dove alcuni degli elementi decorativi appaiono fortemente danneggiati e dove alcuni conci recano ancora i segni degli spezzonamenti e dei danni provocati anche dalle schegge lapidee che saltavano dal manto stradale colpito dalle bombe. Al lato opposto della Via Roma rispetto al Palazzo Civico, persino le palme di Piazza Amendola mostrano le loro ferite di guerra: ad una prima occhiata sembrerebbero attaccate da qualche parassita o dai tarli, in realtà i fori che mostrano sui fusti sono i segni degli spezzoni che, nonostante la successiva crescita delle piante, non sono mai scomparsi del tutto.
Ancora in Via Roma, sono numerosi i segni dei bombardamenti nei portici, sia in quelli del palazzo della Rinascente, sia nel palazzo Garzia, nel Palazzo Puxeddu-Vascellari-Beretta e nella facciata della Chiesa di San Francesco di Paola.

Alcuni dei danni nel Palazzo Civico

Danni nella facciata della Chiesa di San Francesco di Paola

Uno dei monumenti più noti e apprezzati di Cagliari, il Bastione di Saint-Remy, venne colpito in pieno: le bombe distrussero l’arco trionfale, parte della scalinata, sfondarono il tetto della Passeggiata Coperta e demolirono il piccolo terrazzino che affacciava su Via Università e nel quale era ospitata l’edicola. Venne poi restaurato e ricostruito nelle parti mancanti, ma al di sopra della nicchia al centro della scalinata è ancora possibile vedere i segni lasciati dalle bombe che rischiarono di distruggerlo per sempre.
Un altro dei simboli della devastazione subita dalla Città, e della successiva ricostruzione, è la Chiesa di Sant’Anna, che oggi continua ad apparire bellissima nelle sue forme barocche – seppur priva del ricco apparato decorativo delle volte e delle cupole andato perduto con i bombardamenti – ma che, ad un’occhiata ravvicinata, mostra ancora tracce della distruzione di cui fu vittima: molti conci delle colonne della facciata mostrano evidenti segni di risarcimento, riconoscibili da una tonalità appena più scura rispetto a quella della pietra, e – laddove non vi furono risarcimenti – sono ancora presenti sbrecciature dovute agli spezzoni. La scalinata della Chiesa è inoltre ancora piena di queste cicatrici, non un solo gradino si salvò dalla furia devastatrice degli spezzonamenti, col risultato che molte delle lastre della pavimentazione sono spezzate o forate, al pari dei bordi dei gradini e delle balaustre.

Danni nel Bastione di Saint-Remy

Alcune tracce di spezzonamento nella facciata e nella scalinata della Chiesa di Sant’Anna

Le colonne del Mercato Civico

Anche il palazzo del Comando della Legione dei Carabinieri venne fortemente colpito dai bombardamenti. I restauri post-bellici cancellarono del tutto i segni della devastazione dalle superfici intonacate, ma lasciarono in evidenza le tracce del bombardamento su tutto lo zoccolo nei lati di Via Sonnino e di Via Grazia Deledda: il basamento appare crivellato in ogni singola porzione, ma nei lavori di ricostruzione i segni dello spezzonamento – in alcuni casi si trattava di fori anche di notevoli dimensioni – vennero risarciti con un impasto di malta e polvere di pietra di una tonalità appena più scura rispetto a quella della pietra originaria proprio per mantenere vivo il ricordo del bombardamento.
Uno degli edifici parzialmente risparmiati dalle bombe, ma successivamente distrutto in seguito ad una scellerata scelta urbanistica, fu il Mercato Civico sia nell’edificio del Mercato Superiore dove la copertura in vetro fu completamente distrutta (ma ovviamente ripristinabile) e soprattutto nel Mercato Inferiore dove il porticato mostrava ancora negli anni ’50 – come testimoniano le foto d’epoca – segni dello spezzonamento sulle colonne doriche. Gli edifici del Mercato vennero distrutti nel 1957 per realizzare due sedi bancarie e i rocchi delle Colonne del Mercato Inferiore vennero spostati in parte nello spiazzo posto in Via Bacaredda di fronte all’Auditorium e a Villa Muscas (e da qui in seguito rimossi), in parte a Monte Urpinu e in parte nel quartiere Poetto in Via Ausonia, precisamente nel giardinetto di fronte alla Chiesa della Vergine della Salute. Osservando con attenzione questi ultimi rocchi è possibile notare ancora le tracce e i fori lasciati dagli spezzoni e dai frammenti che colpirono le colonne durante le incursioni aeree: una forte testimonianza nonostante la doppia devastazione subita dal Mercato sia nel ’43 sia nel dopoguerra.

Risarcimenti sui danni nel basamento del Comando della Legione dei Carabinieri

Sin qui si è parlato di cicatrici di dimensioni modeste seppur diffuse in gran numero su superfici ampie. È ora il momento di parlare di quelli che ancora oggi sono i segni più evidenti lasciati dai bombardamenti: i vuoti urbani. Ogni quartiere del centro storico ne presenta almeno uno, ma quelli più noti e che ancora oggi comunicano un forte senso di tristezza per tanta bellezza andata perduta nella nostra città sono quelli del quartiere Castello. Fulcro della vita della Cagliari antica fu da sempre la Piazza Palazzo, dapprima nelle sue dimensioni contenute, limitate al solo piazzale antistante la Cattedrale e poi dagli anni ’20 con la trasformazione nell’ampia piazza sulla quale poteva ora affacciarsi il Palazzo Viceregio liberato dall’ingombro del Palazzo dei Marchesi della Planargia che occupava l’area della piazza. La parte più alta di Piazza Palazzo era caratterizzata da palazzine sobrie ed eleganti, separate tra loro da “Su Carrilloni”, lo stretto viottolo di origine trecentesca (chiamato anche Calle de Calabraga perché in origine fu sede di alcune case di tolleranza almeno fino al ‘700 inoltrato). Entrambi gli isolati che prospettavano sulla parte alta della Piazza vennero letteralmente rasi al suolo e la distruzione fu tale che non fu possibile ricostruire gli edifici. Ora al loro posto vi è un ampio spazio vuoto sul quale affacciano pochi resti dei palazzi, salvatisi e ancora oggi abitati, e una grande rovina che funge da spettrale quinta all’intero lato nord della piazza, con ancora tracce degli affreschi degli appartamenti di cui costituiva la muratura portante. Poco distante dalla Piazza Palazzo, un altro vuoto di guerra spezza in due la Via Del Duomo: sebbene oggi il vuoto sia stato trasformato in una piccola piazzetta, si sente fortemente la mancanza dell’edificio che era unito al Palazzo Pes di Villamarina attraverso il portico di Via del Fossario. E anche il Palazzo Pes di Villamarina è uno dei gioielli andati distrutti dai bombardamenti: del suo bel porticato affacciato sul Terrapieno non rimasero che pochi conci, fino agli inizi degli anni ‘2000 quando si decise di ricostruire parzialmente gli ambienti distrutti per dare un aspetto più dignitoso alla parte alta della Via Fossario.

Le rovine in Piazza Palazzo

Il vuoto urbano in Via del Duomo

Palazzo Atzeni-Vacca

Non distante dalla Piazza Palazzo e dalla Via del Duomo, anche la Piazza Carlo Alberto mostra i segni delle perdite architettoniche subite: il Palazzo Falqui scomparso, ridotto ad uno spiazzo con un cumulo di rovine prospettanti su Via dei Genovesi, il Palazzo Asquer-Nin di San Tommaso privo della parte che sovrastava il Portico Vivaldi-Pasqua, e il portico stesso ridotto ad un semplice, triste arco gotico a sesto acuto. Sulla Via Lamarmora, un centinaio di metri a nord rispetto alla Piazza Carlo Alberto, poco prima di arrivare al Portico Lamarmora è visibile un altro ampio vuoto urbano lasciato dai bombardamenti, dove solamente in anni recenti una piccola parte dei gli edifici che vi sorgevano ha subito un restauro con parziale ricostruzione. Percorrendo in discesa la Via Lamarmora all’angolo con il Vico I Lamarmora si avverte uno spettrale senso di devastazione, dovuto alla totale distruzione di tre importanti edifici che sorgevano qui e dei quali rimangono solo le basi delle murature, completamente tamponate. Al lato sinistro (osservando la strada in discesa) si notano le rovine del Palazzo Atzeni-Vacca, il cui prospetto principale – di stile neoclassico – è ancora parzialmente integro sul vicolo, mentre la porzione che affacciava sulla Via Canelles è andata completamente distrutta.

Palazzo Zapata-Asquer

Stesso destino fu quello di parte del Palazzo Carboni: in quel tratto della Via Lamamora è ancora presente la facciata settecentesca, seppur tamponata e resa ormai anonima da anni di incuria che ne hanno annerito le pietre; la porzione di edificio che prospettava su Via Canelles invece è stata rasa del tutto al suolo e oggi forma un ampio spiazzo sterrato usato come parcheggio. Sul lato destro della Via Lamamora, sempre osservando in discesa il tratto che fa angolo col Vico I Lamarmora, si nota la muratura di base della facciata del Palazzo Aymerich con il portico Laconi ancora curiosamente in piedi ma chiuso al pubblico perché pericolante anche a 75 anni di distanza dai bombardamenti. Il Palazzo Aymerich era ampio e prospettava anche sulla Via Dei Genovesi, dove la distruzione è ancora più evidente: qui si salvò parte della facciata e del Portico Laconi, ma una buona parte della facciata crollò del tutto lasciando a vista l’interno dell’edificio ormai completamente sventrato, oggi come allora ridotto ad un cumulo di macerie in perenne stato di abbandono. Dalle rovine del Palazzo Aymerich in via dei Genovesi, la vista ormai spazia fino al Palazzo Atzeni-Vacca di via Lamarmora e fino alla Via Canelles: tale fu la vastità della distruzione nella parte meridionale del quartiere. In via Dei Genovesi un altro importante vuoto è stato lasciato da una metà del Palazzo Asquer-Zapata: la metà superstite consente ancor oggi di apprezzare la bellezza e l’armonia neoclassica dell’edificio, dove sopravvive una delle alte colonne che delimitavano il portale purtroppo distrutto insieme al resto dell’edificio. Il vuoto urbano del palazzo è tale da arrivare fino alla Via Stretta, proprio di fronte ai resti di un altro edificio sventrato, oggi trasformati in un dignitoso cortile.

Via Lamarmora: Palazzo Falqui, Portico Vivaldi-Pasqua e Palazzo Asquer-Nin di San Tommaso

Palazzo Aymerich con, al centro, il Portico Laconi

 

Via Spano

Uscendo dal quartiere Castello attraverso la Porta dei Leoni, dalla piccola aiuola rotonda che un tempo ospitava il busto di Giordano Bruno la vista spazia su tre ampi vuoti provocati dalle bombe: il primo è in un tratto della Via Spano al di sotto delle mura pisane, prima occupato da semplici palazzine ad un piano solo che, in seguito ai bombardamenti, vennero distrutte e trasformate in aree di parcheggio. Gli altri due vuoti osservabili dall’aiuola sono sui due lati di Via Mazzini: il lato del Bastione di Saint-Remy, nella porzione dello Sperone, dove alle demolizioni dei primi del ‘900 per liberare le mura cinquecentesche dalle case che vi furono addossate si aggiunse la distruzione di metà dell’isolato in seguito alla pioggia di bombe che si riversò sull’intera area (le stesse bombe che caddero anche sul Bastione sia sul prospetto di Piazza Costituzione dove venne distrutto l’arco trionfale, sia sul lato di Via Università). Al lato opposto della Via Mazzini si nota un ampio spazio vuoto tra due palazzine ottocentesche, si trattava di un sobrio e semplice edificio che affacciava sia sulla Via Mazzini che sulla Via Manno di fronte alla Chiesa di Santa Caterina dei Genovesi, colpita anch’essa nello stesso bombardamento. Palazzo e Chiesa non vennero mai ricostruiti: al posto della Chiesa ora sorge un edificio moderno che ospita un grande negozio di abbigliamento nei piani inferiori, mentre del palazzo venne ricostruito un solo piano sulla Via Manno (anch’esso dedicato ai negozi) e nessuno dei piani della via Mazzini. Poco più in basso, sempre in Via Manno, all’angolo con la scalinata di via Spano, vi è un altro enorme vuoto di guerra lasciato dall’edificio che era addossato al Bastione del Balice: qui la Via Manno è caratterizzata da questo vuoto sul quale affacciano ancora le rovine del palazzo che vi sorgeva, e del quale rimane un piccolo spuntone alla base della scalinata di Via Spano: si tratta di una semplice parasta lavorata con un motivo geometrico che fa intuire l’aspetto elegante che doveva presentare il palazzo ottocentesco cui apparteneva.

Vuoti di guerra in Via Mazzini

L’ampio vuoto ancora pieno di ruderi tra Via Manno e Via Spano

Colonna Miliare di Piazza Yenne

Percorsa tutta la Via Manno e arrivati in Piazza Yenne, si possono osservare segni dei bombardamenti sia sul Monumento a Carlo Felice (scheggiato nel basamento, nella gradinata e nei pilastrini della recinzione dagli spezzoni) sia in un’ampia sbrecciatura sulla colonna miliare della Piazza, in seguito risarcita con un impasto di malta e pietra di tonalità più chiara rispetto alla rossa trachite della colonna. Poco oltre la Piazza Yenne, è l’intero Monastero di Santa Chiara a mostrare l’entità dei danni subiti durante i bombardamenti: oggi del monastero rimangono solo le murature perimetrali e parte delle arcate del Chiostro, l’area è attualmente in restauro e fino a pochi anni fa ospitava la parte superiore del Mercato di Santa Chiara, pur senza la ricostruzione delle parti bombardate che rimasero sempre a vista per chi si recava al Mercato per la spesa. Dal Bastione di Santa Croce la vista sul Monastero di Santa Chiara è ancor oggi – nonostante i lavori di recupero in corso – desolante per la vastità dell’edificio andato distrutto.

Cicatrici da spezzonamento nel Monumento a Carlo Felice

Le rovine del Monastero di Santa Chiara

I resti della Chiesa di Santa Lucia

Tornando nel quartiere Marina, anche qui sono presenti diversi vuoti urbani di dimensioni notevoli. Uno dei più grandi, caratterizzato anche dalla presenza delle rovine, è quello lasciato dalle bombe in Via dei Pisani, a pochi metri dalla Chiesa di Sant’Eulalia, dove oggi lo spazio lasciato libero è utilizzato come area di parcheggio. A poca distanza, l’intera area tra la scalinata di Sant’Eulalia e lo spiazzo di Via Sicilia è formata da una serie di vuoti dovuti alla distruzione bellica – in parte causata anche dalla caduta di un caccia sugli edifici tra Via Sicilia e Via Barcellona – solo parzialmente ripristinati. Le rovine più notevoli della Marina sono quelle della Chiesa di Santa Lucia, due volte devastata: la prima volta dai bombardamenti che distrussero una piccola parte della cupola e danneggiarono in modo non serio l’interno, la seconda volta dalla distruzione dell’immediato dopoguerra quando si decise di realizzare una piazza (mai portata a compimento) al posto della Chiesa. Ovviamente non si può dire che la distruzione della Chiesa fu esclusivamente colpa dei bombardamenti alleati, ma è pur vero che il primo danno arrecato alla Chiesa fornì la scusa per la distruzione successiva.

Vuoto urbano in Via dei Pisani

Passando al quartiere Villanova, i vuoti urbani non sono poi tanti in confronto agli altri quartieri, ma si notano in modo particolare all’inizio della Via San Giacomo, dove un piccolo edificio distrutto non venne mai ricostruito, e soprattutto nella Via San Domenico, proprio di fronte alla Chiesa di San Domenico. La Chiesa è in sé uno dei simboli della ricostruzione in chiave moderna dell’edificio gotico-aragonese che non fu possibile ricostruire in quanto si salvarono solo pochi tratti delle mura, le cappelle del lato sud e la grande Cappella del Rosario (elementi che oggi costituiscono la Cripta della Chiesa Nuova). Di fronte alla chiesa, come appena accennato, è possibile osservare una piccola piazzetta affiancata a delle rovine usate come parcheggio: sia la piazzetta che le rovine sono state create dai bombardamenti che interessarono tutta l’area e che devastarono anche la Chiesa, il Convento dei Domenicani, una palazzina nel tratto terminale di Via San Giacomo (oggi ricostruita in stile moderno), l’Asilo Carlo Felice con la relativa Cappella (in seguito ricostruiti ma anch’essi in uno stile assai distante da quello neoclassico d’origine) e le palazzine che affacciavano sull’ultimo tratto della Via San Domenico, mai ricostruite, oltre alla Chiesa di San Vincenzo De’ Paoli poi ricostruita in forme neoromaniche nei primi anni ’50.

Ruderi e vuoto urbano in Via San Domenico

Purtroppo l’articolo di oggi si è rivelato lungo nonostante non sia ancora esaustivo, tali e tanti sono i segni di distruzione dei quali non si è fatto cenno, e l’argomento in sé non poteva essere più triste di così, ma spero la lettura sia stata interessante.
Di seguito potrete vedere un video con tutte le cicatrici di guerra ancora visibili nel nostro centro storico.
Un saluto a tutti.




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